THE ANSWER, MY FRIEND

Quanto avrebbe senso parlare di una guerra come un lontano ricordo? Quanto può essere spaventoso sapere che, forse, pattuire una pace è come mettere delle basi per una nuova guerra? Quanto ancora saremo in grado di subire prima che tutto sia rovinato per sempre? 
Prima di cominciare, mi piace ricordare una delle mie canzoni preferite, che meglio interpreta tutto il senso di quello che sto per dire. Bob Dylan spiega con degli interrogativi quanto sia devastante l’effetto delle guerre, quanto ancora bisogna sopportare per accorgerci di quanto male è stato fatto e si continua a fare. Per quanto tempo un uomo può voltare la sua testa fingendo di non vedere.

Vorrei parlare della guerra del Vietnam perchè mi piace studiare e poter spiegare le guerre, poter dare alla luce la crudeltà per dare un contributo a far si che non si ripeta. Vorrei parlare della guerra del Vietnam perchè la resistenza ha sempre giocato un ruolo fondamentale, in questo caso vincente. Perchè resistere è la chiave. Chi resiste, chi combatte per la pace non rimane indifferente; chi lotta non dimentica.

How many times must the cannonballs fly
Before they’re forever banned?

Ma per parlare dell’importanza della resistenza, è importante avere un punto di partenza da cui poter spiegare come tutto è iniziato.

Sapevi che

Vietnam – Laos – Cambogia costituivano l’INDOCINA sotto dominio francese.
Dopo la seconda guerra mondiale Ho Chi Minh, leader dei Viet-minh, un partito armato di resistenza indocinese, proclamò la costituzione della Repubblica Democratica del Vietnam. La Francia rispose inviando un esercito, ma la guerra si concluse con la vittoria delle truppe vietnamite.

Alla conferenza di Ginevra nel 1954, venne firmato il trattato di pace tra Francia e Vietnam indipendente: la Francia abbandona il paese, che viene diviso in due parti fino alle prossime elezioni:

• VIETNAM DEL NORD – capitale Hanoi – regime comunista – appoggiato da Unione Sovietica e Cina.
• VIETNAM DEL SUD – capiale Saigon – regime filoccidentale – appoggiato da Francia e USA.

Gli Stati Uniti erano stati coinvolti negli avvenimenti in Vietnam [dato che La Cina era diventata comunista ed il loro principale timore era che il comunismo, che già controllava il Vietnam del Nord, si sarebbe rapidamente diffuso in tutta l’Indocina e che quindi potessero perdere la loro influenza in tutto il sud-est asiatico], per supportare il dittatore vietnamita Ngo Dinh Diem contro l’avanzata del comunismo.
Gli Stati Uniti, schierati contro il mondo comunista, supportavano un dittatore.

Ngo Dinh Diem, presidente del Vietnam del Sud, si rifiutò di concedere le elezioni, ed il paese rimase diviso. Il Vietnam del nord rimase una repubblica comunista, capeggiata da Ho Chi Minh. Il Vietnam del sud si confermò una repubblica capitalista, ma in realtà si trattava di un regime semidittatoriale, capeggiato appunto dal presidente Ngo Dinh Diem.

il Vietnam del Sud puntava a riunire il paese sotto il controllo di Ho Chi Minh, e godeva del supporto di molti vietnamiti del sud. Il Vietnam del Sud iniziò a subire attacchi non soltanto dal Vietnam del Nord, ma anche dal *Vietcong.

*un gruppo armato di resistenza vietnamita, attivi all’interno del Fronte di liberazione nazionale nella lunga lotta contro il governo sudvietnamita e le forze statunitensi che lo appoggiavano.

gli Stati Uniti inviarono denaro, risorse e consiglieri militari per aiutare il governo del Vietnam del Sud di Ngo Dinh Diem.

Nel 1963, il presidente John F. Kennedy allargò il contingente di consiglieri militari allo scopo di preparare l’esercito del Vietnam del Sud.
Nello stesso anno il presidente del Vietnam del Sud Ngo Dinh Diem perse il supporto degli americani e fu ucciso durante un colpo di stato. Il paese passò nelle mani di Nguyen Van Thieu, che instaurò un regime ugualmente corrotto e dittatoriale, ancora una volta con il supporto degli Stati Uniti.

1964 GLI AMERICANI ENTRANO UFFICIALMENTE IN GUERRA :

Attacco del Vietnam del Nord alla marina degli Stati Uniti, stanziata presso il Golfo di Tonchino.

Quello americano divenne un vero e proprio intervento bellico: il corpo di spedizione fu continuamente rinforzato per dieci anni. I bombardamenti contro il Vietnam del Nord iniziarono nel febbraio del ‘65.
Nel 1968 i soldati americani in campo erano diventati 500.000, ed i costi bellici avevano raggiunto i 77 miliardi all’anno

And how many years can some people exist
Before they’re allowed to be free?

I VIETCONG VINCONO E STATI UNITI PERDONO!!

• I bombardamenti aerei con materiali come il napalm avevano conseguenze brutali, che rendevano la popolazione fortemente ostile agli americani.

• I guerriglieri del Vietcong si nascondevano e si mischiavano nei villaggi del Sud.

• Gli americani tentarono di bombardare bersagli strategici in tutto Vietnam del Nord allo scopo di impedire i rifornimenti di truppe e armamenti verso il Sud. Gli obiettivi si rivelarono tuttavia sbagliati: i bersagli industriali erano pochi, perché il Vietcong non faceva uso di infrastrutture significative. Ad essere colpiti dalle bombe furono soprattutto gli ospedali e le scuole.

• Gli Americani sbarcavano dagli elicotteri nei villaggi del Vietnam del Sud, in cerca di Vietcong, che si mischiavano alla popolazione in modo indistinguibile. Spesso queste missioni sfociavano in massacri di donne e bambini innocenti.

LA RESISTENZA.

Il leader cinese Mao Tse Tung definì i guerriglieri del Vietcong come combattenti inafferrabili, capaci di muoversi in mezzo al popolo vietnamita “come pesci nell’acqua”. Ed effettivamente, pur senza disporre di nessun carro armato e di nessun mezzo di artiglieria, i Vietcong riuscirono a resistere alle truppe americane finché gli Stati Uniti non abbandonarono il Vietnam.
Dalla loro parte avevano la conoscenza del territorio gli permetteva di evitare lo scontro aperto col nemico, cogliendolo in agguati ed in assalti a sorpresa, per poi sparire di nuovo nella boscaglia.
I guerriglieri del Vietcong usavano il Sentiero di Ho Chi Minh: un ingegnoso sistema di spostamenti attraverso sentieri nascosti, sia in montagna che nella giungla, impossibile da bombardare. Il sentiero era collegato ad un sistema di tunnel e di sottopassaggi: ospedali, depositi di armi, dormitori, cucine, pozzi. Questo universo sotterraneo era in grado di offrire un nascondiglio a migliaia di Vietcong.
Il Vietcong poteva anche contare sul supporto della popolazione rurale, ostile al regime del Vietnam del Sud e agli americani. Era diventato molto difficile distinguere i Vietcong dalla popolazione rurale.
Determinante per il successo del Vietcong il supporto di Unione Sovietica e Cina: due potenze comuniste unite nel fornire supporto ai guerriglieri contro gli Stati Uniti.

la “guerra sporca” non aveva trovato molti consensi, anche da parte degli americani. Le immagini trasmesse in tv momstravano uccisioni e torture ai civili; e il fatto che fosse inoltre una guerra molto costosa oltre che in termini di vite umane anche di denaro non migliorava l’opinione pubblica. Nacquero infatti molte proteste, soprattutto da parte degli studenti per i diritti civili. In tutto il mondo si guardava con un certo favore ai successi del Vietcong: era la dimostrazione che la superpotenza americana poteva essere messa in difficoltà da un’armata popolare.

How many times can a man turn his head
And pretend that he just doesn’t see?

And how many ears must one man have
Before he can hear people cry?

Nel 1973 gli Stati Uniti ed il Vietnam del Nord firmarono un armistizio a Parigi, l’appoggio americano al Vietnam del Sud venne ritirato, e gli americani abbandonarono finalmente la ‘sporca guerra’, che però sarebbe finita soltanto due anni dopo.

Nel 1976 i due paesi si riunirono nella Repubblica Socialista del Vietnam. Finiva così, con la peggiore sconfitta militare mai subita dagli Stati Uniti fino ad allora, una delle guerre più importanti della storia.

L’ultima domanda su cui voglio soffermarmi è

And how many deaths will it take ‘til he knows
That too many people have died?

E quanti morti ci dovranno essere
affinché lui sappia che troppa gente è morta?

THE ANSWER, MY FRIEND, IS BLOWIN’ IN THE WIND..

La risposta, amico mio, se ne va nel vento..

AFGHANISTAN. Missione portata a termine o l’inizio di un nuovo incubo?

AFGHANISTAN.

Missione portata a termine o l’inizio di un nuovo incubo?

Tutto ebbe inizio molto prima dell’11 settembre 2001. Ma prendiamo per buona questa data per parlare di una guerra per gli USA durata 20 anni, ma che per l’Afghanistan non ha praticamente un inizio, e sembra non accennare ad una fine.

Leggendo molto su questo argomento ci sarebbero tantissime cose da dire, ad esempio perché iniziato tutto questo. Perché i talebani hanno governato l’Afghanistan dal 1996 al 2001 e perché dal 2001 ad oggi gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra durata 20 anni.


Negli anni Cinquanta nacque una disputa tra la Russia sovietica e gli Stati Uniti.
Nel 1953 divenne primo ministro Mohammad Daoud, cugino dell’emiro, che cercò di avvicinarsi agli americani, data la storica diffidenza nei confronti dei russi.
Le missioni diplomatiche andarono però male e l’Afghanistan cominciò ad avvicinarsi sempre di più all’orbita sovietica.
Nel 1973 Daoud organizzò un colpo di stato, abolì la monarchia e dichiarò l’Afghanistan una repubblica: per farlo, si servì dell’appoggio di un partito comunista afgano clandestino costituito pochi anni prima con l’aiuto dei sovietici.

Uno dei fondatori del partito venne poi assassinato in circostanze oscure, e i suoi funerali si trasformarono in una grossa manifestazione antigovernativa. Daoud tentò di arrestare i dirigenti del partito, ma si mosse troppo tardi e ci fu un nuovo colpo di stato: l’Afghanistan era diventato una repubblica socialista, con a capo Hafizullah Amin.
A prima vista poteva sembrare una notizia positiva per i sovietici, ma presto si capì che i comunisti afgani erano incontrollabili.
Nel corso dei venti mesi in cui il partito e Amin governarono l’Afghanistan, si calcola che più di 20 mila persone siano state uccise. Amin sosteneva che l’unico modo di modernizzare un paese arretrato era usare la stessa ferocia applicata dal dittatore sovietico.

Questi metodi provocarono brutali insurrezioni nel paese, con gruppi armati di mujaheddin sostenuti dal Pakistan che ben presto cominciarono a conquistare ampie zone rurali, e a minacciare grandi città come Herat.
Il paese era diviso tra Amin, un dittatore sanguinario che non rispondeva agli ordini di Mosca, e la guerriglia anticomunista.
Il 25 dicembre 1979 arrivarono enormi aerei da trasporto sovietici carichi di soldati. I vertici sovietici avevano in mente degli obiettivi tra cui una rapida sostituzione di Amin, con meno vittime possibili.

I sovietici riuscirono ad avere la meglio su Amin e a nominare un sostituto, Babrak Karmal, il quale annunciò via radio che la “macchina della tortura di Amin” era stata distrutta e che il paese si avviava verso una nuova epoca di pace e prosperità.
Ma l’obiettivo di sconfiggere la guerriglia, si rivelò impossibile da realizzare. Iniziò una lunga occupazione, in cui i sovietici rimasero impelagati per dieci anni senza riuscire a domare le insurrezioni e la resistenza dei mujaheddin, che a un certo punto furono sostenuti anche dagli Stati Uniti.

Le truppe sovietiche si ritirarono nel 1989 e lasciarono un Afghanistan lacerato dai conflitti interni alle stesse fazioni che avevano combattuto contro di loro, e iniziò una sanguinosa guerra civile.

Tra il 1995 e il 1996 il mullah Omar, che aveva combattuto tra i mujaheddin, formò il gruppo islamista radicale dei talebani che nel 1996 prese il potere e che ospitò in Afghanistan le basi dell’organizzazione terroristica *al Qaida.

*AL QAIDA Organizzazione terrorista fondata sul finire degli anni Ottanta dal miliardario saudita O. Bin Laden per promuovere la guerriglia islamica contro l'occupazione sovietica dell'Afghanistan. Negli anni Novanta si è avvicinata al regime dei taliban in Afghanistan e ha rivolto la propria iniziativa contro gli Stati Uniti e l'Occidente. È responsabile di molteplici attentati terroristici contro obiettivi civili (spesso realizzati servendosi di 'terroristi suicidi'). Dopo l'uccisione di Bin Laden, la leadership dell'organizzazione è passata ad Ayman al-Ẓawāhirī, suo cofondatore e braccio destro.

Ma arriviamo direttamente all’11 settembre 2001 quando un gruppo di terroristi di al Qaida, la cui base si trovava in Afghanistan, dirottarono alcuni aerei commerciali contro il World Trade Center di New York e contro il Pentagono. Furono uccise circa tremila persone. Il giorno dopo la NATO* attivò per la prima volta l’articolo 5 del proprio trattato fondativo, che considerava l’attacco a uno dei paesi dell’alleanza militare come un attacco all’intera alleanza, e obbligava tutti gli stati membri a difendere il paese colpito.

Il 22 settembre 2001 gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita decisero di non riconoscere il governo talebano in Afghanistan.
Solo il Pakistan continuava a mantenere contatti diplomatici con il paese.

Poco prima dell’inizio dell’invasione degli USA, con l’allora Presidente degli Stati Uniti George Bush, i Talebani si dichiararono pubblicamente disposti a processare bin Laden in Afghanistan, ma attraverso un tribunale “islamico”. Gli USA rifiutarono questa offerta, giudicandola insufficiente.
Solo una settimana dopo lo scoppio della guerra i Talebani erano disponibili a consegnare Bin Laden ad un paese terzo, per un processo, ma solo se fossero state fornite prove del suo coinvolgimento dell’11 settembre 2001.

Nel 2004, i canali occidentali trasmisero un filmato nel quale Osama bin Laden dichiarava che al Qaida era direttamente coinvolta negli attacchi; il filmato non fu mai sconfessato.
Il 21 maggio 2006 venne trovato un messaggio audio pubblicato in un sito internet, in cui bin Laden ammetteva di aver personalmente addestrato i 19 terroristi dell’11 settembre 2001.

Missione degli USA? Uccidere Osama bin Laden

Il 2 maggio 2011 una squadra dei Navy Seals, le forze speciali statunitensi, fece irruzione in un edificio di Abbottabad, in Pakistan, che nei mesi precedenti era stato individuato come il probabile nascondiglio di Osama bin Laden.
I Navy Seals trovarono bin Laden al terzo piano dell’edificio indicato e lo uccisero. La giornata del 2 maggio 2011 si aprì con la notizia che chiudeva un decennio di storia, annunciata in una conferenza stampa alla Casa Bianca dall’allora presidente Barack Obama.

Una delle foto più famose scattate da Pete Souza, il fotografo presidenziale. Souza riprese le persone all’interno della situation room della Casa Bianca, tra le quali Obama, la segretaria di stato Hillary Clinton e l’allora vice presidente Joe Biden, in uno dei momenti cruciali della missione.

L’ACCORDO DI DOHA

Arriviamo quindi a uno dei momenti cruciali che dobbiamo sapere per arrivare a parlare del perché e del cosa sta succedendo oggi in Afghanistan: l’accordo di Doha, una trattativa firmata in Qatar il 29 febbraio 2020 tra Stati Uniti dal presidente Donald Trump e talebani.

L’accordo prevedeva il ritiro completo delle truppe statunitensi entro l’1 maggio 2021.

Fino ad arrivare al 14 aprile 2021, quando il nuovo presidente statunitense Joe Biden annuncia la sua intenzione di rispettare l’accordo firmato dal suo predecessore, ma sposta il termine per ritirare le truppe all’11 settembre 2021, il ventesimo anniversario degli attentati di al Qaida negli Stati Uniti. Come era già successo durante le amministrazioni di Obama e Trump, la guerra in Afghanistan era diventata molto impopolare tra l’opinione pubblica statunitense, che ne chiedeva la fine.

MA ARRIVIAMO AD OGGI

Metà anno 2021. La NATO ritirò quasi 10mila unità militari. I talebani avviarono una campagna militare per riconquistare alcune zone rurali del paese. Il 6 agosto occuparono alcune delle principali città.

15 agosto 2021: è il giorno dell’entrata dei talebani a Kabul, della fuga del presidente Ashraf Ghani, e dell’inizio delle operazioni di evacuazione degli stranieri. L’Afghanistan è tornato ai talebani.

E così arrivò il 31 agosto e con lui il ritiro totale delle truppe USA dall’aeroporto di Kabul e il ritorno del Talebani nella capitale afghana segna il punto più basso della NATO la cui ventennale missione ha avuto enormi costi umani ed economici, soprattutto per gli Stati Uniti d’America.

NE È VALSA DAVVERO LA PENA?

I talebani si sono ripresi l’Afghanistan prima ancora che l’ultimo soldato della missione internazionale lasciasse il paese.
Il presidente *Ashraf Ghani abbandonò il paese rifugiandosi in Uzbekistan. Già nelle ultime settimane l’avanzata delle milizie islamiche non aveva incontrato resistenze, procedendo distretto dopo distretto. Kabul, in cui vivono circa 4 milioni e mezzo di persone, è caduta nel giro di poche ore mentre i civili abbandonavano la capitale con ogni mezzo possibile.
In serata la situazione all’aeroporto si è fatta talmente caotica da costringere i marines a sparare colpi in aria per evitare che la popolazione in preda al panico prendesse d’assalto gli ultimi voli in partenza. E mentre gli Stati Uniti “hanno portato a termine la loro missione”, la popolazione afghana si ritrova da sola a fronteggiare un futuro denso di incognite.

*Ashraf Ghani, aveva lasciato frettolosamente l’Afghanistan il giorno della presa della capitale Kabul da parte dei talebani, dopo che fino al giorno prima aveva promesso che la città non si sarebbe arresa. Ghani aveva spiegato di avere lasciato il paese «per evitare un massacro», aggiungendo che se fosse rimasto a difendere la città i talebani avrebbero cercato di prenderla con la forza.

Kabul è immediatamente finita nel caos con le strade completamente bloccate per la popolazione in fuga, sparatorie segnalate in città e l’aeroporto “sotto tiro”.


Suhail Shaheen, portavoce degli studenti coranici, in un’intervista alla Bbc ha garantito che “non ci saranno vendette” sulla popolazione una volta completata la presa del potere, ma in pochi ci credono. Non è ancora definito quale sarà il futuro del Paese.
Nel frattempo si parlava di un ingresso dei talebani a Kabul, cosa avvenuta poi al pomeriggio. Diversi testimoni oculari hanno segnalato sparatorie in diverse aree della capitale. Decine di combattenti talebani hanno preso il controllo del palazzo presidenziale e hanno dichiarato vittoria sul governo afghano.


“Il nostro paese è stato liberato e i mujaheddin hanno vinto in Afghanistan”, ha detto un miliziano ad Al-Jazeera dal palazzo. I combattenti hanno mostrato le loro armi in un tour dell’edificio, che è stato preso dopo che il presidente Ashraf Ghani è fuggito dal paese.
Al-Jazeera che sta diffondendo le immagini, ha spiegato che il palazzo presidenziale di Kabul è stato “consegnato” ai talebani, ma un funzionario della sicurezza talebana ha poi affermato che “non è stato versato sangue”. Nella capitale si è però innescato il caos. In diverse zone sono stati sentiti spari, in periferia si registrano piu’ di 40 feriti negli scontri.

E così i talebani proclamano l’Emirato Islamico di Afghanistan, usando lo stesso nome del Paese di prima dell’arrivo degli Stati Uniti.
I talebani hanno fatto il loro ingresso in città. In un primo momento l’operazione sembrava “pacifica”, ma man mano che passano l’ore il clima si fa sempre più teso.
Anche se il portavoce dei talebani, Suhail Shaheen, aveva dichiarato che “non ci sarà vendetta” nei confronti del popolo afgano. “Assicuriamo alle persone in Afghanistan”, ha detto, “in particolare nella città di Kabul, che le loro proprietà, le loro vite sono al sicuro: non ci sarà vendetta nei confronti di nessuno”.
Tutto il mondo guarda con apprensione quello che sta succedendo in Afghanistan.
Ai combattenti, è stato ordinato di evitare violenze e consentire un passaggio sicuro a chiunque decida di andarsene. Da ore però, i civili afghani stanno scappando a piedi e in auto verso l’aeroporto, causando lunghe code di traffico in uscita dalla città.

Cosa ne sarà delle donne?

I talebani hanno nominato ministro degli affari femminili a Herat un religioso della linea dura. Questo indica l’intenzione dei talebani di instaurare la legge islamica, o *sharia, nella parte dell’Afghanistan sotto il loro controllo. Un’attivista di spicco delle donne ha detto all’Associated Press che gli insorti hanno chiamato Mujeeb Rahman Ansari, che è “fortemente contro i diritti delle donne” ed è diventato famoso per le decine di cartelloni pubblicitari che ha installato in tutta la provincia di Herat che demonizzano coloro che avrebbero promosso i diritti delle donne. I suoi cartelloni dicono soprattutto che le donne devono indossare il velo islamico, o hijab.

*Sharia insieme di precetti ricavati dal Corano, il libro sacro per i musulmani, e dai racconti della vita del profeta Maometto, che agiscono come un codice di condotta a cui i musulmani devono aderire.

Abbiamo quindi capito e constatato che l’arrivo dei talebani a Kabul ha portato non solo caos, ma anche un “ritorno alle origini” che spaventa oltre i civili afghani, anche tutto il resto del mondo.
La problematica che più sta al centro di tutta questa situazione è quindi il trattamento delle donne da parte dei talebani.
Negli anni infatti le donne afghane hanno raggiunto un’emancipazione a livello di diritti notevole. I talebani potrebbero, se già non lo stanno facendo, smontare tutto il lavoro di una vita e ridurlo ai minimi termini come detta la sharia.
Il portavoce talebano Sayed Zekrullah Hashim alla domanda di un’emittente televisva afghana sul nuovo esecutivo afghano ad interim, ha così risposto:

“Una donna non può fare il ministro. È come se le mettessi al collo un peso che non può portare. Non è necessario che le donne facciano parte del governo, devono fare figli”.
“Le quattro donne che protestano nelle strade non rappresentano le donne dell’Afghanistan. Le donne del Paese sono quelle che danno figli al nostro popolo e che li educano secondo i valori dell’Islam”.

Il fatto preoccupante è che i talebani non considerano le donne vittime, ma le vogliono nella struttura del governo proprio in base alla sharia.
Questi però non erano i patti. Quando i talebani presero il controllo di Kabul dichiararono cose diverse. Dichiararono che tutto poteva rimanere come è stato fino ad ora.
La farsa è continuata poi con l’annuncio che il nuovo governo afghano sarebbe «provvisorio» mentre in quello successivo «ci sarà posto per le donne» nel rispetto della sharia. Lo ha assicurato il portavoce dei talebani, nel corso di un’intervista, aggiungendo che le donne potranno far parte del governo.
Anche perché l’attenzione del mondo è alta e se i talebani vogliono davvero stabilire relazioni diplomatiche con il resto del mondo e chiedono che vengano riaperte le ambasciate a Kabul, non possono non riconoscere i diritti fondamentali a metà della popolazione.
Ma in effetti le donne sono state costrette a rimanere a casa anche senza un obbligo vero e proprio.
Perché? Certo, avevano il diritto di uscire ma non poteva essere garantita la sicurezza assoluta visto che i talebani in genere non sono abituati a vedere donne per le strade.
Molte donne hanno quindi deciso di scendere nelle strade a protestare. A protestare contro l’ingiustizia di essere penalizzate per il loro genere, e contro ad un regime così restrittivo, insomma, per difendere i loro diritti così tanto sudati e conquistati.

Rena Effendi photo

• Le donne possono accedere all’istruzione superiore e possono frequentare università private, ma devono attenersi a dure restrizioni sul loro abbigliamento e e sui loro movimenti. Possono frequentare le lezioni solo se indossano un abaya, un’ampia tunica, e un niqab, un velo sul viso con una piccola finestra per vedere attraverso, e sono separate dagli uomini.
• Nei college e nelle università privati, le donne devono essere istruite solo da altre donne o da “anziani” e devono utilizzare un ingresso a loro riservato. Devono anche terminare le lezioni cinque minuti prima degli uomini per impedire che ci siano occasioni di socializzazione uscendo dalle aule.
• Le donne non posso praticare sport perché nel gioco “potrebbero dover affrontare situazioni in cui il loro viso o il loro corpo non siano coperti. L’Islam non permette che le donne siano viste così. Questa è l’era dei media, e ci saranno foto e video, e la gente li guarderà”.
• A rischio anche il diritto di lavorare. Nel precedente regime talebano, infatti, alle donne non era consentito di farlo e ora in molte temono che si possa tornare indietro. Su questi temi, lunedì scorso, si sono riunite la commissione per i diritti delle donne e la commissione per i diritti umani.

Le prime a scendere in piazza a Kabul sono state un piccolo gruppo, con qualche cartello e un percorso breve. Ma la determinazione nel difendere i propri diritti è fortissima. Il governo “provvisorio” tutto al maschile ha poi riacceso le proteste e molte donne a Kabul e nei dintorni sono tornate a manifestare, affiancate anche da uomini.
Questa volta, però, i talebani non si sono limitati a sparare in aria. Alcune donne sono state picchiate.

Insomma, una guerra che dovrebbe essere, secondo gli USA, finita, ma che è in realtà appena iniziata. A pagarne le conseguenze è la pelle di chi non ha colpa, se non quella che il destino le ha vestito addosso. Di essere un uomo, una donna, un bambino. Nel posto e nel momento, quello che si spera che sia, sbagliato.

Contatti utili

Save the Children

https://www.savethechildren.it/dona-fondo-emergenze?utm_source=google&utm_medium=cpc&utm_campaign=rf-ef-brand-afghanistan&causale=19868&gclid=EAIaIQobChMIi_DK8oDo8wIVzYODBx1tGgH9EAAYASAAEgJ6d_D_BwE

Women for Women International

https://www.womenforwomen.org/where-we-work/afghanistan

The face of the war

CHILD SOLDIER

Guerra. Conflitto aperto e dichiarato fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi.


Chi ne paga il prezzo più alto sono i minori.
il Sud Sudan conta circa 19.000 bambini soldato arruolati nelle varie formazioni armate.
Ma non dimentichiamo che lo stesso fenomeno è presente in molti altri paesi come Afghanistan, Angola, Burundi, Colombia, Costa d’Avorio, Liberia, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Sierra Leone, Somalia, Sudan e Sri Lanka.

Un bambino soldato è una persona minore di 18 anni reclutata o utilizzata da gruppi e forze armate, regolari o irregolari che siano, a qualsiasi titolo: combattenti, cuochi, facchini, messaggeri e chiunque si accompagni a tali gruppi. La definizione comprende anche le ragazze (che costituiscono il 40% degli arruolamenti) reclutate per fini sessuali e matrimoni forzati.

In Sierra Leone, durante gli anni Novanta, i ragazzi e le ragazze subivano delle sedute psicologiche manipolatorie traumatizzanti e terrorizzanti, a cui erano associate pratiche suggestionanti come l’obbligo di bere latte e polvere da sparo, oltre all’assunzione di sostanze stupefacenti. Nel nord Uganda, i famigerati ribelli dell’Lra si spinsero ben oltre nelle pratiche manipolatorie. I minori rapiti entravano a far parte del movimento armato solo dopo l’unzione (in lingua acholi: wiro ki moo) che veniva somministrata sul corpo della nuova recluta, secondo un rituale. Serviva a rendere idealmente invincibile il giovane combattente e a vincolarlo al movimento attraverso un legame ritenuto dagli stessi ribelli indissolubile.

I bambini diventano parte di una forza armata o di un gruppo per vari motivi. Alcuni vengono rapiti, minacciati, manipolati psicologicamente. Altri sono spinti dalla povertà e dal bisogno di sopravvivenza. 
Nonostante gli sforzi delle organizzazioni internazionali e benché non esistano stime ufficiali, il numero di casi documentati è in costante aumento, infatti la natura della guerra è diversa; non si assiste più alla contrapposizione armata tra Stati, ma all’esplosione di crisi interne in cui gruppi politici, fazioni, gruppi religiosi o etnici si misurano tra loro.
Ma quindi perchè reclutare bambini soldato?

  • imparano presto ad usare le armi che sono leggere, automatiche e costano relativamente poco
  • si fanno indottrinare con maggiore facilità, ubbidiscono agli ordini più docilmente di un soldato adulto, si ribellano meno anche di fronte ad azioni impegnative o pericolose
  • i bambini non vengono pagati, vengono allettati o costretti alla guerra e se muoiono, per loro si trova più facilmente il ricambio.
Bloood Diamond – Diamanti di sangue regia di Edward Zwick

Negli ultimi anni l’UNICEF ha realizzato in numerosi paesi programmi per assistere e aiutare nel reinserimento e nel recupero (sia psicologico che scolastico e lavorativo) i bambini soldato.
Un numero rilevante di Organizzazioni hanno investito risorse umane ed economiche in questa nobile causa, finalizzate alla reintegrazione di questi minori nelle loro rispettive comunità.
Un’integrazione ad una vita in guerra crea forti squilibri e molteplici ripercussioni fisiche e psicologiche, dovute alle numerose atrocità commesse, e all’essere stati testimoni di esse.
La reintegrazione di questi ragazzi e ragazze alla comunità e alla società è molto lenta e a volte ne è difficile la riuscita totale, panico e incubi perseguitano questi ragazzi anche dopo anni.

https://www.intersos.org/

#STOPBAMBINISOLDATO
Intersos coordina la Coalizione Italiana Stop all’uso dei bambini soldato, e dedica la campagna all’impegno delle organizzazioni, degli operatori e degli attivisti della società civile che si impegnano affinché gli ex bambini-soldato possano reintegrarsi nella società.


MIND THE GAP

Gender Pay Gap

Il Gender Pay Gap è il divario salariale di genere, ovvero, la quota di denaro in meno che una donna guadagna solo per il fatto di essere donna.
Questo fenomeno è uno dei principali ostacoli per arrivare alla parità di genere.

Quali sono le cause di questo divario di genere?

  • Le donne superano gli uomini in numero solo nei lavori non industriali e quindi il conseguente impedimento delle donne di raggiungere i vertici più alti di un’azienda. La percentuale di donne in queste posizioni, infatti, non supera il 50% in nessuno degli Stati Ue
  • Sopravvivono, quindi, stereotipi e modelli culturali tradizionali di genere che fanno sì che alle donne siano ancora riservati i lavori di cura, che creano una vera e propria segregazione
  • La maternità che comporta interruzioni della vita lavorativa; condiziona la partecipazione femminile al mondo del lavoro, rendendola frammentata e amplificando fenomeni quali la sospensione del lavoro, la riduzione degli orari e la difficoltà a raggiungere posizioni manageriali.
    Uno studio Inps del 2017 stima che una donna dopo 24 mesi dalla nascita di un figlio, guadagna il 35% in meno di quanto avrebbe guadagnato se non avesse vissuto la maternità.
    Spesso la maternità diventa un alibi per i datori di lavoro per non assumere donne, e troppo spesso il fatto di essere già mamme diventa un impedimento ad avere accesso al mondo del lavoro. Se invece analizziamo coloro che lavorano, molte sono costrette a ridurre l’orario di lavoro e molte altre addirittura ad uscire dal mondo del lavoro.

GLOBAL Gender Pay Gap

Secondo il Global Gender Gap Report 2020 pubblicato dal World Economic Forum occorrerà ancora quasi un secolo prima di raggiungere la parità di genere, tenendo conto dell’attuale ritmo dei cambiamenti posti in atto. Lo studio ci indica che la capacità di colmare le differenze fra uomini e donne a livello mondiale è del 68%. Una situazione fortemente critica, che evolve in modo davvero lento: dal 2006 ad oggi, la riduzione del gender gap è stata complessivamente del 3,6%, dato sceso nell’ultimo anno allo 0,03% (con il 38% dei paesi che ha avuto addirittura un peggioramento).
Come dicevamo precedentemente, la predizione dell’ipotetica chiusura del gender gap globale è di 108 anni.
Ovviamente non dappertutto il gap di genere è lo stesso: l’Europa occidentale e il Nord America rispetto alla situazione generale sono il “traino”, rispettivamente con un gender gap del 75,8% e del 72,5%, mentre, come si può immaginare, i Paesi più poveri sono nel complesso quelli in cui si trovano differenze di genere più gravi.

La situazione del Gender Pay Gap in ITALIA

L’Italia, in questi termini, non è di certo un paese all’avanguardia. Il Gender Gap in Italia è tra i peggiori d’Europa; troppe ancora le differenze di retribuzione e di carriera tra donne e uomini nel Paese. L’Italia perde 6 delle 12 posizioni guadagnate lo scorso anno e rimane al 17° posto in Europa davanti solamente a Grecia, Malta e Cipro. Il Gender Gap nel nostro paese è pari a 70,7% (dove 100% indica ovviamente la parità raggiunta).
A livello mondiale l’indice medio è del 68,6%. Su 153 paesi siamo settantaseiesimi.

Aumentare le possibilità per le donne significa aumentare il capitale umano di un Paese e investire sulla sua crescita.
E’ indispensabile che questo divario salariale si riduca al minimo, per assicurare alle donne le stesse possibilità degli uomini nel mondo del lavoro, per poter arrivare ad una società equa e integrata e favorire l’indipendenza economica della donna.

USE YOUR BRAIN

So Trump has:

– Aimed to legitimise policemen to shoot his own people;

– Request the army to intervene to oppress demonstrators (request rejected by the army);

– Proposed to allow adoption agencies to discriminate against requests from homosexual couples;

– To remove the law protecting transgender persons in the health field

– Remove the protection introduced by Obama, which prohibited the killing of wildlife in protected areas, as the animals can also be killed in protected areas from July by any means deemed appropriate by hunters.

source ig: apriteilcervello

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